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Baseball e Softball

L’ultima partita: un mix di sogni realizzati, sorrisi e cruda realtà

L’ultima partita: un mix di sogni realizzati, sorrisi e cruda realtà

Un lavoro lungo, paziente. Come il battitore che “difende il piatto” continuando a mandare la pallina in foul sul conto pieno in attesa del lancio giusto da battere in valido, così ha fatto Mario Mascitelli con “L’ultima partita”, la storia di Lou Gehrig, che dopo circa un lustro da quell’idea ha portato in scena nel suo Teatro del Cerchio. Lou, nome completo Henry Louis, Gehrig, figlio di emigrati tedeschi, fu un prima base mancino e gran battitore, 493 fuoricampo di cui 4 nella stessa partita, dei New York Yankees dal 1923 al 1939 coi quali disputò 2130 partite consecutive, record che fu battuto solamente da Cal Rypken Jr nel 1995; è nella Hall of Fame e gli Yankees hanno ritirato il suo numero 4. Morì giovanissimo, nel 1941 a 38 anni meno 17 giorni, a causa di una malattia rara che per moltissimi anni fu a lui associata, Morbo di Gehrig, oggi conosciuta con l’acronimo di SLA. Uno spettacolo tributo ma anche socialmente utile. «Mi ritengo l’uomo più fortunato della Terra» asserì Gehrig. Nonostante la malattia che se lo stava portando via. La pronunciò, quella frase, al microfono, nel suo stadio gremito di fans che salutò per non rivedere mai più. Lo spettacolo non poteva che chiudersi con quelle immagini d’epoca. Sua madre voleva facesse l’ingegnere, lui cullò un sogno e divenne uno dei più grandi giocatori nella storia del baseball. Un chiodo fisso, come una goccia che cade sempre in testa e che scandisce l’inizio dello spettacolo. Non poteva immaginare, Lou, che per decenni il suo nome sarebbe stato universalmente legato più a una malattia che alle sue prestazioni sul campo. Una malattia, fa raccontare Mascitelli al suo personaggio mentre è al telefono con la moglie Eleanor, che è «come quando il guardiano di una fabbrica spegne le luci a una a una». Una storia ben raccontata, in modo delicato, senza scadimenti di alcun tipo, in cui c’è spazio per punti di ilarità, azzeccatissimi, con cui l’autore-interprete-regista-allenatore-ex giocatore tratteggia la vita del Gehrig più giovane, del suo rapporto con i genitori, in particolare con la madre, e con colui che gli oscurava la scena negli Yankees, Babe Ruth. Un uomo fortunato, slogan che a più riprese viene proiettato in scena, che sognava anche di vedere il suo viso su una figurina, per firmarla. E’ la vita: bella e crudele allo stesso tempo, a volte. Una storia che meritava di essere raccontata come l’ha raccontata Mascitelli e che merita di essere vista (ancora al Cerchio il 7 e l’8 e nel tour estivo che seguirà).

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