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Calcio Serie A

La Superlega è già finita, ma i problemi restano irrisolti

La Superlega è già finita, ma i problemi restano irrisolti

La colpa è di tutto il sistema calcio. Troppo facile puntare il dito solo ed esclusivamente contro i 12 top club fondatori della Superlega. Progetto già morto prima di nascere dopo il passo indietro prima dei club inglesi e poi di tutti gli altri.

E’ stata una scossa di terremoto che ha fatto tremare tutto il sistema pallonaro, indebitato fino al collo (pur con le dovute eccezioni) e alle prese con un calo preoccupante di introiti e seguaci (ascolti tv e non solo), oltre alla crisi mondiale generata dalla pandemia in corso.
Più volte su queste colonne ho manifestato il mio disgusto e dissenso verso il calcio “moderno”, un mondo atipico, sempre più scollegato dai valori e dai principi dello sport, dalla passione e dalle emozioni naturali di milioni di tifosi; sempre più scollegato dal territorio in cui opera.

Il discorso vale per tutti, o quasi, in particolar modo per l’Italia, che non solo vive di stadi e regole obsolete, di diritti tv assegnati ad una piattaforma streaming – quando siamo uno dei peggiori Paesi d’Europa sulla qualità delle connessioni internet -, e di “guerre” continue tra presidenti, con annessi sospetti e veleni vari.

Parto dal presupposto che ognuno spende i propri soldi come meglio crede, tanti o pochi che siano. E che la visione del mondo, tra chi ne ha tanti e chi pochi – di soldi – è inevitabilmente molto diversa. Ma questo non giustifica lo scempio che stiamo vivendo da due decenni. Non giustifica l’enorme debito generato da gran parte delle società di serie A e B (con le dovute proporzioni), i fallimenti a catena, le penalizzazioni, gli stipendi non pagati, le tasse eluse e le finte plusvalenze. A Parma ne sappiamo qualcosa, da Calisto Tanzi in poi è stato uno susseguirsi di eventi, tutti simili tra loro, tutti animati dall’accecante voglia di vincere a tutti i costi (non importa la categoria), di fare il passo più lungo della gamba, di andare oltre le possibilità e le dimensioni reali della piazza.

Questo non è calcio. O meglio, questo è un calcio malato, che da tempo richiede riforme profonde, dal basso e non dall’alto, oltre a un coraggioso e indispensabile ridimensionamento dei costi, a partire dagli stipendi dei giocatori, assolutamente fuori dal contesto sociale in cui viviamo. Insomma, un nuovo modello di calcio e business, di sostenibilità, di socialità, educazione e divertimento. Meno soldi, meno debiti e più possibilità per tutti.

Concetti ignorati per troppo tempo, come quello riguardante il salary cup (altro punto cruciale), che dopo il terremoto di Andrea Agnelli e soci rischia di cadere nuovamente nel vuoto, come se niente fosse successo. La vera battaglia è questa cari signori del pallone. Anzi, cari signori dell’arroganza e dell’ignoranza, le cui uniche ragioni condivisibili sono quelle dei mancati ristori – in periodo di Covid, che la ricca Uefa avrebbe dovuto corrispondere a gran parte dei club europei che nel frattempo continuano a fornire giocatori gratuitamente alle nazionali, tra impegni sempre più ravvicinati e una marea di infortuni.
Basta, oltre a questo aspetto è difficile trovare altre ragioni di interesse popolare, condivise da tutti. A fermare il terremoto sono bastate 24 ore di proteste, dalla politica ai tifosi, un coro unanime: “No alla Superlega”.
Il capitolo scritto dai dissidenti (Agnelli & Co.) resterà nei libri della storia del calcio, e verrà catalogato come un mancato golpe. Resteranno gli strascichi e i veleni, e speriamo anche la consapevolezza di costruire subito un nuovo calcio, Parma compreso, dove in meno di 12 mesi il presidente Kyle Krause ha fatto follie e ora si ritrova ad un passo dalla serie B.

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