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Quando Rugby Parma-Rovigo voleva dire scudetto

Quando Rugby Parma-Rovigo voleva dire scudetto

Domenica le due squadre si affrontano a Moletolo per rimanere agganciate alla zona playoff. La grande sfida degli anni '50 nei ricordi di un grande di allora: Mario Percudani

Domenica a Moletolo si gioca Rugby Parma-Rovigo, partita assai delicata in chiave playoff. Entrambe sconfitte mercoledì, Rovigo ancor più inopinatamente, devono assolutamente vincere per non perdere ulteriore terreno.
Una corsa parallela, quella per i playoff, che si ripete da un paio di stagioni a questa parte.
Ma parecchi anni fa, quando molti di coloro che calcano le tribune di Moletolo non erano ancora nati, questa corsa portava ad un traguardo ben più importante: lo scudetto.
Erano gli anni ’50, gli anni del girone unico, quelli in cui se non era Parma era Rovigo; dal campionato ’49-’50 a quello ’59-’60 tre gli scudetti gialloblù, quattro quelli rossoblù (consecutivi) di cui uno vinto dopo spareggio a Bologna (’53) causa arrivo a pari punti, situazione che si ripeterà nel campionato ’63-’64, ma in quel caso anziché lo spareggio la federazione, “reo” il parmigiano Avv. Camillo Calda, assegnò il titolo al Rovigo per differenza mete (una) citando il famigerato Art.36; e a Parma gridarono al tradimento. Successe anche, così narrano le cronache, che Parma vinse una partita a tavolino 6-0, quella di ritorno al Tardini nel ’55-’56, perché Rovigo rifiutò di giocare.
Alcuni di quei grandi protagonisti siedono tuttora sui seggiolini di Moletolo, uno di questi è il presidente onorario, nonché uno degli sponsor, della Rugby Parma Mario Percudani (79 anni la prossima settimana): secondo metaman della storia per la Rugby Parma (67) e secondo per anzianità con la maglia gialloblù (17 anni). Percudani ci racconta con grandi sorrisi quegli scontri all’ultimo punto. Erano gli anni in cui la meta non era valorizzata a dovere e i “calciatori” non sempre erano tra coloro che militavano nella linea arretrata «Rovigo era la nostra bestia nera» ammette l’ex terza linea «Allora il punteggio era diverso, la meta valeva quanto un calcio e loro avevano un calciatore straordinario che era “Maci” Battaglini. Noi eravamo svantaggiati perché lui buttava dentro tutti i palloni anche da oltre metà campo, mentre noi invece prediligevamo il gioco per cercare la meta; magari impiegavamo mezzora per fare meta e dopo pochi minuti arrivava lui col suo calcione a pareggiare». E pensare che oggi c’è qualcuno che vuole modificare nuovamente il regolamento per far sì che vi siano meno calci piazzati in una partita.
Spesso si sente tirare in ballo la tensione, il nervosismo per la partita importante ma in quegli anni in cui ogni partita tra le due compagini poteva voler dire mettere una mano sullo scudetto? «Mah, noi cercavamo di non parlare del Rovigo. La domenica mattina» e qui scatta l’aneddoto «Giorgio Fornari ci chiamava per andare all’Orfeo o al Lux a vedere un pezzo di film per cercare di distenderci ulteriormente. Non so se funzionasse o meno; noi eravamo comunque convinti dei nostri mezzi». Anche perché allora non si preparava la partita per tutta la settimana con tanto di “sintesi” il giorno prima «Ah no, allora ci si allenava al massimo un giorno solo, Pisaneschi spesso neanche quello perché non riusciva».
Anche il pubblico non sarà quello di allora «La tribuna del Tardini era piena, magari ci fossero duemila persone adesso. Allora andare a vedere la partita di rugby era una moda, quasi più che andare a teatro. Lì incontravi le persone che contavano. A Rovigo invece lo stadio aveva la pista per i cavalli, noi per entrare in campo dovevamo passare in mezzo a due tribune e non era difficile ricevere qualche sputo». Mentre lo racconta ride di gusto, ora.
Ricordi in bianco e nero. Domenica sarà tutto dal vivo e a colori, anche se un pò sbiaditi.

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