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Rugby

Tito Tebaldi, un calciatore mancato nella Nazionale di rugby

Tito Tebaldi, un calciatore mancato nella Nazionale di rugby

Intervista a Tito Tebaldi, confermato dal ct Mallett nel gruppo dei 24 azzurri che affronteranno domenica a Parigi la Francia, grande favorita per la vittoria finale del 6 Nazioni..

Tito ha provato per la seconda volta il sapore della vittoria in azzurro collezionando il nono caps contro la Scozia, un traguardo invidiabile per un ragazzo di 22 anni.
Lo abbiamo incontrato nella sua casa di Parma, dove dallo scorso settembre convive con la fidanzata Tania Cavagni, giocatrice di basket in forza alla Valtarerse Roby Profumi, attualmente impegnata nella riabilitazione per recuperare da un pesante infortunio.
Tito, a Moletolo arrivano duemila tifosi soltanto per il derby, cosa si prova a giocare in maglia azzurra davanti a decine di migliaia di persone?
«Indubbiamente è una grande emozione, ma quando sei in campo devi essere bravo a fartela scivolare addosso. Ho esordito in azzurro contro l’Australia, sono entrato a inizio ripresa e sapevo di avere tanti minuti da giocare contro un avversario di grande prestigio. Era il coronamento di un sogno, ma sono stato capace di non sentire la pressione che viene dal pubblico e dalla forza dell’avversario. Giocare a San Siro contro gli All Blacks, vedere i neozelandesi fare la Haka, sono sensazioni che devi tenere per il dopo partita, che devi superare grazie alla concentrazione e alla determinazione. Ho avuto la fortuna di partecipare alla prima volta del rugby in un grande stadio come il Meazza, di vivere la prima vittoria dell’Italia contro Samoa e di provare la sensazione della mia prima vittoria nel 6 Nazioni. Non ci si abitua mai a queste emozioni, ma sono pronto a vivere tante altre prime volte».
Come mai la Nazionale richiama tanto pubblico mentre il Super 10 non riesce a catalizzare le attenzioni?
«Penso che ci siano principalmente due ragioni. La Nazionale affronta avversari di rango che assicurano uno spettacolo di alto livello mentre il campionato italiano è dominato sempre dalle stesse squadre e se non si tratta di scontri al vertice le partite sono poco interessanti. La Nazionale gode poi di ottima visibilità sui media, mentre il Super 10, eccezion fatta per le testate locali, non trova quasi mai spazio sui giornali e in tv».
Giusta quindi la scelta della Celtic League?
«Partecipando alla Celtic la Fir vuole migliorare il livello di gioco e i risultati della Nazionale, abituando i giocatori a confrontarsi ad alto livello. Questo campionato ha permesso a Irlanda, Galles e Scozia di crescere molto, credo che anche l’Italia ne trarrà benefici. D’altra parte sono molto preoccupato per il campionato italiano, lo spostamento di investimenti e risorse sulle franchigie rischia di impoverirlo notevolmente. Diversi bravi giocatori, che non rientreranno nei progetti Aironi e Treviso, sarebbero costretti a rivoluzionare le proprie vite: ora con il rugby possono campare, con la Celtic non credo».
Quindi di rugby “si può campare”?
«Non siamo calciatori, ma siamo comunque fortunati, privilegiati, e dobbiamo tenerlo ben presente. Un giocatore di buon livello che si sa amministrare bene può cavarsela egregiamente, magari andando a giocare all’estero».
Ma una volta chiusa la carriera, come vedi il tuo futuro?
«Spero di restare in questo mondo, come dirigente, allenatore o procuratore. Non so fare molte cose oltre a questa. Del resto a scuola non ho mai brillato, mi sono diplomato ma le cose in cui riuscivo bene erano le discipline sportive. A volte mi chiedo cosa avrei fatto se non avessi giocato a rugby, mi rispondo sempre che avrei comunque praticato un’altro sport, probabilmente il calcio, o forse il tennis o il basket».
Da qualche mese convivi con Tania, come trascorri le tue giornate?
«Devo dire che fino ad ora, tra raduni della Nazionale e partite non abbiamo mai vissuto un mese uguale all’altro. Quando sono a Parma mi sveglio, con calma, e vado all’allenamento. Poi pranziamo insieme, solitamente cucino io dopo aver fatto la spesa; ci siamo divisi i compiti e devo dire che mi piace stare ai fornelli. Nel pomeriggio ancora allenamento, poi in serata si mangia un boccone ancora insieme, a volte in casa a volte fuori, magari con amici. Nella giornata non manca mai una partitina alla playstation, rigorosamente a calcio perchè giochi di rugby ce ne sono pochi e non aggiornati. Poi, quando la stagione lo consente, mi piace molto la bicicletta; Parma sotto questo punto di vista è una splendida città».
Una bella e spensierata vita di coppia, matrimonio all’orizzonte?
«Per ora no, qualche volta abbiamo toccato l’argomento ma a tutti e due è sembrato prematuro. Direi che è un traguardo, ma è ancora lontano».

Una famiglia con la palla ovale nel sangue, ma l’approccio al rugby avviene grazie ad un amico

Quella di Tito Tebaldi è una famiglia che ha decisamente il rugby nel sangue. Tito ha seguito tutta la trafila delle giovanili a Noceto, il suo paese, per poi sbarcare al Gran in Super 10 a 18 anni. Questa è la sua quarta stagione in bluceleste, coronata dall’esordio azzurro.
In pochi mesi Tito ha già costruito un intenso rapporto con la Nazionale, 9 presenze segnate da diversi episodi da ricordare: “Dopo l’esordio con l’Australia ho avuto il piacere di giocare a San Siro, davanti a 80mila persone, contro gli All Blacks, di partecipare alla prima vittoria dell’Italia su Samoa e di bissare l’emozione del successo sabato scorso contro la Scozia”.

Con le ultime due gare del 6 Nazioni Tito arriverà a quota 11 caps, vista la giovane età (22 anni) è del tutto probabile che possa superare le presenze in Nazionale dello zio in breve tempo. Daniele Tebaldi, attualmente tecnico del settore giovanile della Rugby Parma, vanta infatti 15 presenze in azzurro con due Mondiali disputati (1987 e 1991), anche se Tito tiene a precisare che “oggi rispetto ai suoi tempi la Nazionale gioca il 6 Nazioni e sei test match all’anno, quindi è “più semplice” collezionare presenze”.

Anche il padre Paolo è un ex giocatore, tra i pionieri della palla ovale a Noceto. Con una famiglia come questa viene da pensare che la scelta del rugby sia quasi obbligata, che il futuro da giocatore per Tito fosse segnato.
Niente di più falso: “In famiglia non mi hanno mai imposto nulla, solo auspicavano che facessi attività sportiva anche per cercare di controllare la mia vivacità. Negli sport sono sempre riuscito bene; stranamente per Noceto, sono cresciuto in un gruppo di amici votato al calcio e perciò giocavo con loro; non mi sarei mai accostato al rugby se non fosse stato per un amico, Marco Menozzi, qualche anno più grande di me, che visse a Noceto per un breve periodo. E’ merito suo se ho conosciuto questo sport e non l’ho più lasciato”.

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